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giovedì 5 aprile 2018

Prove di resistenza alla vita: Courtney Marie Andrews


Ho conosciuto musicalmente Courtney Marie Andrews grazie agli sketches di Kexp, un'incredibile vetrina del genere Americana, in cui pedissequamente ogni giorno vengono ospitati in concerto cantanti e gruppi di rilievo della scena country e folk statunitense. Il mini concerto di ventisette minuti di Courtney Marie Andrews del settembre 2016 (vedi qui), arrivava a supporto dell'album Honest Life: con un look che rimanda decisamente alla parte tenera degli anni settanta della musica, Courtney Marie ha subito conquistato molti adepti della country music, con adesione a quello stile da cantautrice che pulsa di emozioni vissute, compiute girando l'America attraverso concerti che sono quasi dei caravan di storie e sensazioni, un pò alla maniera di un Running on Empty (Jackson Browne) ricomposto nell'attualità. Nei suoi viaggi la Andrews ha raccolto le grandi difficoltà che il ceto medio-piccolo della società americana continua ancora oggi ad affrontare, piuttosto consapevole e distrutta da quel vecchio ed irrealizzabile adagio del "sogno americano". Stilisticamente la Andrews dispensa linee curve, arrangiamenti sobri ed essenziali, nella piena tradizione che va da Dolly Parton a Ryan Adams, inserendo una maggior dose di impronte soul e persino gospel, come confermato dal seguito di Honest life, appena pubblicato per Fat Possum; teoricamente May your kindness remain non ha una sbavatura, richiamando alla mia memoria alcuni celati passaggi del country puro ed alternativo. Al riguardo, negli anni ottanta, pochi ricordano che un gruppo come i Green On Red (etichettato per il suo eclettismo come paisley underground) spostava lo sguardo di Neil Young nei territori salvifici dei cori gospel e dello spasmo roots (questo avvenne particolarmente con The killer inside me nel 1987). Courtney Marie Andrews non ha certamente lo stile di Young, nè tanto meno di Dan Stuart e soci, ma importa accenti del loro modello di suono e li unisce a testi particolarmente vicini alla inerme rassegnazione di quelli profusi da Adams. Con una voce limitatamente dolente, al bivio dell'adolescenza e perfettamente in sintonia con echi di chitarra e moduli creati al piano o all'organo, Courtney Marie Andrews risveglia degli istinti fanciulleschi vestiti di improvvisa maturità, insinuando nei suoi testi una vita disperatamente sobria; aggancia persino l'inclinazione soul di una Janis Joplin, che avrebbe potuto inserire tranquillamente la title track nel suo Pearl, così come aggancia le armonizzazioni degli Eagles in Kindness of strangers
May your kindness remain è pieno di storie che pescano nella povertà economica o di quella indotta dei sentimenti e che, come spiega la Andrews, hanno provocato instabilità di ogni genere. La proposta è quella di restare quel che siamo ed accontentarci della nostra "piccola" fortuna, quella del vivere, possibilmente non in solitudine. 

Working, pursing in circles, I am searching
Looking for a cure to lift me up
Trying, lying just to keep myself smiling
Believing that our love is strong enough

Can you still see the good inside me?
Or do you see a shell of who I was?
The loneliness has grown so much it shadows
you, the only one I truly love
(da Lift the lonely from my heart)

Musica, dunque, fortemente coinvolta dall'efficacia dei testi, che crea profondità di campo: penso che la Andrews stia acquisendo un ruolo nell'espressione del tema della difficoltà e stia tentando di darne una delle sue migliori asseverazioni, alla ricerca di traguardi poetici che il genere americano ha già partorito: ricordatevi quanto proposto da Mary Chapin Carpenter in Between here and gone, un intenso album del 2004 in cui l'omonimo brano è una straordinaria presa poetica su dove poterci umanamente riconoscere (con l'aggiunta di un eccellente costruzione musicale su base country-pop). 



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